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Rio 2016 tra vittorie e sconfitte, ode al sacrificio

Fin da quando ero piccino le Olimpiadi mi hanno sempre affascinato. Sarà l’amore per lo sport che ha caratterizzato la mia infanzia o il fascino delle bandiere (eh sì, da piccolo conoscevo quasi tutte le bandiere del mondo): quel turbinio di colori e di discipline ha sempre avuto un non so che di magico. Ancora oggi che sono “più grandicello” il fascino olimpico, con le storie dei suoi partecipanti, ogni quattro anni si impossessa di me, delle mie riflessione e del mio tempo libero…

Lo sport è vita, tra amore e odio

L’Italia chiude i Giochi Olimpici di Rio 2016 con un bottino di otto medaglie d’oro. Tra i connazionali che hanno raggiunto il gradino più alto del podio voglio segnalarvi Niccolò Campriani (oro nel tiro a segno, carabina cinquanta metri tre posizioni e carabina tre metri). Sì, esatto, due ori: non male per chi ha candidamente affermato di essere arrivato a odiare il suo sport, perché, complice un cambio di regolamento, non si ritrovava più nelle caratteristiche del vincitore (qui la sua intervista).

Odi et amo, quare id faciam fortasse requiris. Nesco, sed fieri sentio et excrucior (Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai. Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento).

Così scriveva Catullo secoli fa e così sembra insegnarci la vita. Odio e amore sono da sempre considerate due facce della stessa medaglia.

Paradossale direte, forse… Arrivare a odiare uno sport che pratichi tutti i giorni dell’anno per non so quante ore, che consuma energie fisiche e mentali, che ti spinge a sacrifici continui, è poi così impossibile da pensare? Lo sport, ad altissimi livelli, toglie tantissimo e le biografie di molti campioni ne sono la testimonianza. Per allenarti, per essere sempre al 100%, fisicamente e mentalmente, devi rinunciare ad altro e, sicuramente, ti capiterà di pensare che tutto quello che ti sta intorno sia più facile, più comodo. Siamo di fronte ad atleti ma prima di tutto a essere umani ed è normale pensare che il classico “basta, ora mollo tutto e vivo una vita normale” sia passato più volte per la loro testa nei quattro anni del ciclo olimpico.

Per gli sportivi, però, più di ogni altro, Rocky docet:

l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti… così sei un vincente!

Così ha fatto Tania Cagnotto dopo Londra 2012, Daniele Lupo ( medaglia d’argento nel beach volley) dopo aver sconfitto un brutto male o Elia Viviani (oro nel ciclismo su pista), quando una caduta sembrava volergli togliere quella medaglia che già era sfumata quattro anni fa.

Non tutti vincono per forza

Il racconto delle Olimpiadi non è fatto solo di vittorie…

Recentemente ho ascoltato un video veramente interessante di Marco Montemagno, che partiva dalla considerazione di Bobby Knight:

tutti vogliono vincere ma pochi sono quelli che voglio davvero prepararsi per vincere.

Niente di più vero. Viviamo in un mondo alla costante ricerca della scorciatoia, del trovare la soluzione meno dispendiosa per arrivare al risultato.

Perché? Perché la preparazione è fatica e richiede sacrifici, grandi o piccoli che siano.

Se vuoi raggiungere degli obiettivi a qualcosa devi pur rinunciare e questo può essere doloroso, fisicamente (se sei uno sportivo) ma anche mentalmente e psicologicamente. E proprio perché siamo degli esseri umani, perché conosciamo la storia e studiamo il nostro passato, siamo consapevoli che, a volte, anche i più grandi sacrifici non portano automaticamente alla vittoria.

Guardiamo Federica Pellegrini, Vanessa Ferrari o le ragazze della ginnastica ritmica. Campionesse e professioniste arrivate a un soffio dalla medaglia, oppure a Vincenzo Nibali, volato dalla sua bicicletta quando era in testa alla corsa. Non credo si siano impegnate meno delle avversarie né abbiano trascurato aspetti della loro preparazione, anzi. Semplicemente qualcuno è stato più bravo di loro, per un soffio. Sfortuna, sorte, giornata storta, errori di valutazione? Chi può dirlo, quello che resta è spesso la delusione.

Ecco, questo è il lato delle Olimpiadi difficile da digerire. Mi chiedo come facciano sportivi di questo livello ad andare avanti dopo queste delusioni. E non sopporto chi dice “con tutti i soldi che prendono” perché sono sicuro che qui i soldi sono l’ultimo dei loro problemi. Quattro anni di sacrifici, rinunce e sofferenze e poi vedi sfumare il tuo obiettivo sotto gli occhi, magari per questione di millesimi.

Perché? A volte, semplicemente, le cose non vanno come vorremmo: infinite sono le combinazioni che il contesto che ruota intorno a noi può regalarci. Spesso si tratta di delusioni difficili da digerire: mi immagino questi atleti pensare e ripensare infinite volte alla loro gara, alla loro prestazione. Lasciarsi alle spalle delusioni del genere non è facile soprattutto dopo quattro anni di duri allenamenti e sacrifici.

Cosa mi hanno insegnato queste Olimpiadi? Il valore del sacrificio: qualunque atleta, primo, secondo, settimo avrà sicuramente sudato per quattro anni. Rinunce e gioie, lacrime e sorrisi: questi ragazzi ci insegnano che nessuno ti regala mai niente. A volte vinci, a volte perdi ma quello che conta è l’umiltà con cui accetti il risultato e il percorso che ti ha portato a raggiungerlo. Perché un quarto posto, anche se doloroso, è pur sempre un limite che hai saputo raggiungere.

Simone

Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica mi occupo di copywriting, web e social media marketing. Faccio parte dei "folli freelance del web"...